Nel museo sono esposti i reperti provenienti dagli scavi archeologici effettuati nel territorio  relativi ai due insediamenti principali dell’antica Sabina tiberina: Cures ed Eretum, più volte citati dagli scrittori romani per il ruolo che svolsero nella storia della fondazione di Roma e della civiltà romana, cui passarono il testimone in queste terre.

Grazie alle ricerche condotte dalla Soprintendenza archeologica del Lazio e dall’Istituto per l’archeologia etrusco-italica del CNR che hanno riportato in luce i resti di queste antiche città, è stato possibile delineare il profilo storico e culturale di questo popolo, insediatosi in Sabina a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo a.C. fino alla conquista da parte dei Romani nel III sec. a.C.

La peculiarità dei materiali del museo e il fatto che essi provengono da due scavi diversi per tipologia – uno di abitato (Cures) e l’altro di necropoli (Eretum) – ha consentito di ricostruire, nel raffronto tra “città dei vivi” e “città dei morti”, un ritratto della società sabina che, fino ai primi del ‘900, costituiva una sorta di “zona grigia” nel quadro delle culture dell’Italia antica.

CURES

La  fondazione della città di Cures Sabini è avvolta dalla leggenda: Modio Fabidio, il fondatore, è figlio del dio aborigeno Enyalo e di una nobile fanciulla e sarebbe giunto dalla conca reatina alla guida di un gruppo di coloni sabini.  La storia della città s’intreccia poi con quella di Roma con il famoso episodio del ratto delle Sabine, la guerra tra Romolo e Tito Tazio, la pace successiva che stabilirà la coreggenza dei due re, uno romano e l’altro sabino.

Le ricerche archeologiche testimoniano lo sviluppo dell’abitato che si estendeva sul colle occidentale in località Arci ed era costituito da abitazioni  alternate a cisterne per l’acqua, depositi di granaglie, profondi fossati difensivi con terrapieni, strutture produttive come la grande vasca di decantazione dell’argilla collegata ad una fornace per la cottura dei vasi. Lo scavo ha permesso di ricostruire una capanna risalente all’VIII° secolo a.C.  composta di due  vani: il primo rettangolare  aveva un telaio ed era adibito a varie attività domestiche; il secondo semicircolare ospitava un forno per la cottura di alimenti oltre a numerosi vasi da mensa e da cucina. A partire dal VII secolo a.C.  l’abitato si estende fino ad occupare 30 ettari: lo scavo ha messo in luce un edificio di epoca arcaica con copertura in tegole.

LA SALA
DELLA SCRITTURA

Inaugurata nel 2015, la Sala della Scrittura intende offrire al visitatore una panoramica delle attuali conoscenze sulla scrittura sabina a partire dal Cippo di Cures, frammento di epigrafe  della fine del VI° a.C. rinvenuto casualmente nel greto del fiume Farfa, che rappresenta l’unico esempio di scrittura epigrafica rinvenuta nella Sabina Tiberina.  

IL CIPPO DI CURES

ERETUM

La città di Eretum si estendeva su un’altura prospiciente il Tevere quasi di fronte a Capena, in una posizione di notevole importanza strategica dato che controllava sia la Salaria che la viabilità che dall’Etruria tiberina conduceva a Preneste e Tivoli.

Gli scavi della necropoli della città  (Colle del Forno) hanno evidenziato che  la potenza di Eretum  raggiungerà l’acme tra l’VIII° e il VI° secolo a.C. come dimostrano i corredi delle tombe X, XI e XXXVI.

Dopo un periodo di crisi, quando la necropoli non è più in uso, si torna a seppellire a Colle del Forno  dalla seconda metà del IV° secolo a.C. riutilizzando tombe più antiche e costruendone di nuove. 

LA CULTURA MATERIALE

I Sabini hanno una produzione vascolare propria e frequenti contatti con l’area etrusca da dove importavano buccheri, vasi etrusco corinzi, ma anche bronzi ed oreficerie prodotte nelle officine ceretane.
Nella fase più antica i vasi sono in impasto con decorazioni ad incisione, excisione e  dipinti “red on white”.
Nella metallurgia sono prodotte armi in ferro (spade lunghe con elsa a croce, spade corte con elsa a stami, punte di lancia).
Oggetti di ornamento personale sono fibule, spilloni, vaghi di collana in pasta vitrea  ed ambra.

LA TOMBA DEL TRONO

Le  tombe  della necropoli di Colle del Forno sono piuttosto modeste, con una sola camera provvista di loculi sulle pareti, spesso riutilizzati da più generazioni. In questo panorama la Tomba 36   è subito apparsa come una struttura eccezionale, in primo luogo per le sue dimensioni: l’immenso complesso formato da un enorme atrio scoperto, tre camere e un corridoio di accesso lungo più di 26 metri, rappresenta una anomalia che fu chiaramente progettata già fin dalla sua costruzione. E’ la tomba di un Re, le cui ceneri furono raccolte entro un panno ricamato in oro e conservate in una cassetta di legno. 

La grande camera di fondo che ospitava le ceneri, conteneva anche un trono in terracotta e le armi del defunto; ai piedi del trono un piccolo vaso votivo resta a testimonianza delle cerimonie svolte nel momento della sepoltura. La camera  sinistra conteneva un carro da guerra; i cavalli che lo avevano trainato furono sacrificati nell’atrio e i loro corpi travolsero le cinque anfore vinarie in ceramica lì deposte. Nella camera destra, una fila di  grandi recipienti  di bronzo conteneva ulteriori offerte alimentari al sovrano  defunto.   

La Tomba è ospitata nella Sala del Monte Frumentario, piccolo edificio risalente alla fine del XVI° secolo, edificato nella piazza dove sorge la chiesa di Sant’Antonino risalente alla prima metà del XIV° secolo. 

Visione generale della Sala della Tomba 36 di Colle del Forno. Museo di Fara in Sabina

I bacili della Tomba 36 di Colle del Forno. Museo di Fara in Sabina